giovedì 2 ottobre 2014

Quattro - Lo sconosciuto

        - Ascolta brutto figlio di puttana, ora dimmi dove sei che ti vengo a spaccare la faccia!

        Ti avverto che se si tratta di uno scherzo, non solo è di cattivo gusto, ma mi ha anche fatto parecchio incazzare. E quindi ora vengo lì e ti spacco la faccia.  Se invece la foto fosse vera, e non riesco proprio a capire come tu abbia fatto, ti porto dritto alla polizia, ma prima ti spacco la faccia!

        - Buona giornata anche a lei signor Khan. Sono felice di risentirla. La linea è un pò disturbata mi perdoni, non ho ben compreso tutte le parole..
        
        - Hai pure il coraggio di fare lo spiritoso, eh? Ridi ridi, figlio di troia. Goditela finchè hai ancora tutti i denti in bocca.

        - Le assicuro che nessuno qui si sta prendendo gioco di lei, signor Khan. Così come sono altrettanto sicuro che lei abbia frainteso la situazione. Innanzitutto, la ringrazio per avermi chiamato. I nostri destini si stanno unendo signor Khan , ed io e lei faremo grandi cose insieme.

        - Ma che diavolo stati farneticando? Sei fuori di testa

        - Ogni cosa a suo tempo signor Khan. Ci rivedremo presto. Prima di quanto possa credere.

Tre - Thea Walcott

      - Mamma, Benedetta non vuole bere il thè.
      - Mamma, mi fa schifo.  Ci ha messo la carta dentro.
      - Sono le foglie di menta. E' thè alla menta. Bevi.

La vista non era invitante e tanto meno lo era l'odore. Dentro la tazzina di plastica
piena di acqua, navigavano quattro pezzetti di carta di color verde. Del buon odore di menta, e delle sue foglie
nemmeno l'ombra. 
      - Non sono foglie di menta queste. Sono pezzettini di carta, non si possono bere. 
 - Mamma! Benedetta non vuole bere il mio thè. Vieni tu a bere il thè?
 - Che succede qui? Benedetta per favore, ti avevo chiesto una piacere, ricordi? Bada a tua sorella fino a quando torna papà, per favore te lo chiedo. Ho una montagna di cose da fare.

       Benedetta era la figlia più grande e quel pomeriggio aveva promesso a mamma e papà che avrebbe badato lei alla sorellina piccola. Nessuno però le aveva mai chiesto se le sarebbe piaciuto fare la sorella maggiore, e mai nessuno le aveva detto 
che una volta arrivata, quella mocciosetta sarebbe stata al centro del mondo. Ma l'amore che provava per lei superava ogni cosa, 
e in fondo al cuore sapeva che avrebbe fatto qualsiasi cosa per renderla felice.
      - Uffa. Nessuno vuole bere il mio thè. Nessuno vuole giocare con me.
      - Dai non fare così. Non possiamo guardare i cartoni?   Mettiamo la videocassetta e guardiamo i cartoni, dai.

      Alessia, si era alzata dal tappeto sul quale aveva sapientemente adagiato le tazzine e la teiera di plastica, per andare alla finestra del
balcone. Faceva sempre così quando era in punizione o quando faceva i capricci. Si metteva davanti alla porta finestra del balcone della cameretta, e poggiava il nasino e la bocca sul vetro. Le piaceva sentire quella sensazione di fresco sulle labbra e si divertiva poi a respirare forte col naso, fino a quando sul vetro non si creava un piccola patina di condensa così da poterci fare i disegni con il dito sopra.

     Benedetta era incastrata. Non voleva fare un dispetto ad Alessia, ed in più non poteva rischiare di essere rimproverata dalla madre
se la sorellina avesse cominciato a piangere. Guardava la tazzina con aria disgustata. Oltre ai pezzi di carta, c'erano altri
oggetti non ben identificati sul fondo. Chissà cosa ci aveva messo dentro Alessia credendo che fosse una zolletta di zucchero.
      - Ale, dai non fare così. Guarda, ora bevo il thè che hai preparato per me.
 - Aspetta!
Alessia fece un balzo felino e si catapultò nuovamente sul tappeto per porgere un cucchiaino alla sua ospite.
 - Tieni. Devi girarlo prima.
Se da un lato Alessia era tornata a sorridere, dall'altro la situazione peggiorava sensibilmente per Benedetta. Ora le toccava pure
amalgamare ben benino tutti gli oggetti non ben identificati dentro la tazzina. Così se prima c'era qualche speranza di lasciarli sul fondo, ora sarebbero finiti tutti dritti dritti nello stomaco, sciolti in un intruglio ai limiti della commestibilità.
 - Grazie. C'è già lo zucchero?
 - Sì sì. Ne vuoi ancora?
Alessia indicò un blocco di plastilina rosa, da cui precedentemente ne aveva staccato un pezzettino per metterlo nella tazzina della sua ospite. Benedetta rabbrividì all'idea di dover trangugiare un altro pezzo di quella roba sciolta nell'acqua e fece segno di no con la mano. Alessia la fissava sorridente con gli occhi pieni di gioia ed in quel momento Benedetta stava diventando la sua sorellina del cuore. 
       Benedetta non poteva più tirarsi indietro. Senza pensarci troppo, poggiò la tazzina sulle labbra, chiuse gli occhi e buttò giù tutto in un sorso.
 - Evviva. Evviva.
Alessia cominciò a saltellare e a battere le mani dalla felicità, mentre Benedetta ringraziava il cielo che i pezzetti di carta non le fossero finiti in gola.
 - Ancora. Ancora. Ancora.
 
Un rumore sordo di chiavistello spostò l'attenzione di tutte verso la porta, era arrivato papà.
 - Papà!
Alessia corse verso la porta quasi calpestando le altre tazzine sul tappeto, e si lanciò a peso morto addosso alle gambe del padre.
 - Ciao cucciola! Vieni qua piccola peste, vediamo quanto sei cresciuta oggi.
 - Sono cresciuta,  sono grande come te.
 - Ma cosa dici , tu sei una piccola gnoma. Invece, io sono un gigante e ora ti mangio il pancino. 
Matteo Patrizi era un omone barbuto , scuro di carnagione e dalla voce piuttosto grave. Era un vero e proprio gigante per le due figlie
Alessia e Benedetta, che a malapena gli arrivavano alla vita.
 - E dove l'altra gnoma? Dove ti nascondi piccolo demone delle foreste?
 - Papà oggi ho fatto il thè con Benedetta.
 - Mmm ma che brava. Ne voglio assaggiare un pò anch'io. Forza vai a riempire una bella tazza di thè per il tuo papà.
Alessia fece un balzo dalle braccia del padre e corse verso la cameretta, ormai il suo thè era stato un successone.
 - Alessia fai piano. Quante volte ti ho detto che non devi correre in casa?
La signora Walcott era la regina della casa, ed in quanto tale era anche il comandante delle guardie. L'educazione delle figlie e le faccende di casa erano una sua responsibilità de facto. 
 - Ciao amore bentornato. Com'è andata oggi? Novità?
 - Ciao tesoro. Niente di nuovo. Il comune non ha ancora stanziato i fondi e le macchine sono rimaste ferme tutto il giorno.
 - Che schifo. Ma che fine fanno tutti i soldi delle tasse? Non ci credo che non ci sono i soldi per mandare avanti i lavori.
 - Amore, purtroppo questi scavi vanno avanti da molto tempo, e i ricavi che il comune percepisce dalla vendita dei biglietti ai cittadini che vogliono visitarli sono troppo pochi per pagare gli operai che ci lavorano.
 - Non ci credo, è tutta una bugia. Qui al sud non ci sono mai i soldi per fare niente. Non ci sono i soldi per raccogliere la   spazzatura, non ci sono i soldi per avere l'acqua potabile, non ci sono i soldi per la disoccupazione. Ci sono però i soldi per pagare tutte quelle auto di lusso del sindaco e dei suoi consiglieri. Per non parlare dell'esercito di consulenti strapagati per fare il lavoro dei dipendenti.  Pagati anche loro, ma che non alzano un dito e che a malapena timbrano per entrare. Oh, dannata Italia. Dovevamo andar via quando potevamo farlo.
 - Hai ragione , la situazione è quella che è e non ci possiamo far nulla. Aspettiamo ancora. Magari tra qualche settimana sbloccheranno i fondi e tutto sarà a posto. 
 - Uff, aspettare e sperare. E' l'unica cosa che voi italiani sapete fare.
        Thea Walcott era una giovane mamma, inglese. Da piccola era cresciuta nel sud di Londra, ed aveva ricevuto la tipica educazione anglosassone dai genitori Lea e George. Era la primogenita delle tre sorelle Walcott ed era sempre stata come una seconda madre per le altre due. Molto brava a scuola ed in casa, aveva trascorso gli anni fino alla maggior età senza allontanarsi dal piccolo borgo natìo. Nella sua vita non aveva mai vissuto grosse emozioni, fino a quando non aveva conosciuto Matteo, all'epoca giovane studente di archeologia.
        Fu durante l'erasmus di Matteo che i due si conobbero e fu lì che scattò il colpo di fulmine. Thea era rimasta folgorata dalla voglia di vivere, dall'entusiamo e dalla capacità di emozionare di Matteo. Quando era con lui sentiva il mondo girare dentro di sè, quando lui la guardava negli occhi, le trasmetteva una sensazione di serenità che lei non aveva mai provato. Si sentiva travolgere da emozioni che non aveva mai provato prima, e solo in quei momenti poteva sentire di essere viva veramente. Fu per questo motivo che, una volta sposati, avevano deciso di rimanere nel paese di Matteo. Lì avevano una casa e un lavoro, e Thea era affascinata dal modo di affrontare la vita di Matteo ed era convinta che sarebbe riuscita ad imparare  a vivere  come lui. Ma con il passare del tempo queste cose avevano assunto un'importanza secondaria, e da qualche settimana ormai stava crescendo forte in lei il desiderio di tornare a casa.
 - Thea, andrà tutto bene ..
 - Papà. Il thè.
Alessia interruppe la discussione, aveva due tazzine in mano piene di acqua e pezzi di carta verde galleggianti.
 - Amore, grazie. Ma sei bravissima, guarda che bel thè alla menta che hai fatto. Thea, assaggia il thè di Alessia forza.

Thea si sciolse davanti allo sguardo innocente di sua figlia, prese in mano la tazza e si rasserenò. Avrebbe aspettato ancora un pò prima
di andarsene, almeno fino a quando non avrebbe avuto altra scelta.

lunedì 22 settembre 2014

Due - Walter Khan

               -  Un attimo di silenzio prego!
E' arrivato il turno di Walter Khan. Si avvicini al trampolino Walter.

Non riesco a ricordarmi a cosa pensassi in quel momento. Quando sei a 150m dalla terra ferma i pensieri sono rarefatti come l'aria che respiri. Ti sembra di essere a metà strada tra il sole e la terra, e l'unica cosa che riesci a fissare è l'orizzonte davanti.

      - Faccia un passo avanti Walter, non abbiamo tutta la giornata. 
E non si bagni nei pantaloni, altrimenti poi ci tocca pure asciugare il trampolino 

Doveva essere Jonas quello che stava parlando e che mi faceva pressione da dietro. Non ho mai amato avere nessuno dietro le spalle, e Jonas era una di quelle persone che non mi sarebbe piaciuta averla neanche davanti o di fianco. Sembrava uno di quei gorilla dei film polizieschi americani che fanno da guardia del corpo al cattivo di turno, e che finiscono puntualmente per essere sciolti in malo modo nell'acido o massacrati sotto il colpo di qualche bazooka. Avrei proprio voluto vedere se rideva ancora con un bella canna di fucile dritta in gola. Ricordo che l'immagine di Jonas disteso per terra sanguinante, con il cranio in mille pezzi mi fece sorridere, e per un attimo mi dimenticai che stavo camminando su un trampolino in acciaio a 152m da terra. Dietro di me avevo sempre Jonas , mentre davanti c'erano altri  due simpatici energumeni con occhiali da sole all'ultimo grido, pronti a buttarmi giù semmai avessi provato a cambiare idea all'ultimo momento.


       Non ho altri ricordi di quel momento. Ricordo solo che alzai le braccia al cielo, unì le mani quasi in segno di preghiera, e guardai il cielo in alto quasi come se volessi volare via da tutto e da tutti.

     - Ed ora signori, un bell'applauso per il nostro Walter Khan. Walter è arrivato il tuo momento. Quando vuoi ...

      Fu un attimo. Corpo spinto in avanti. Braccia dritte. Piedi puntati al suolo. E fui subito a faccia in giù. 
      
       Riuscivo a malapena a tenere gli occhi aperti. Sentivo l'aria  fischiare forte dentro le orecchie ed entrarmi dentro la tuta. Il cuore batteva forte  nel petto come una mitragliatrice; le mani erano aperte quasi a tentare di frenare la caduta. Le chiappe serrate e i piedi uniti. Stavo percorrendo più di 20 metri al secondo in caduta libera, ma ogni attimo sembrava che durasse un'eternità. La terra si stava  avvicinando sempre di più e avevo la sensazione di avere tutti i muscoli in tensione. Il corpo era rigido, come un pezzo di marmo che stava per frantumarsi al suolo, quando ad un tratto sentiì il cavo tendersi dietro di me e tirarmi su per i piedi. Fu come se la mano di Dio fosse sbucata fuori dal cielo e mi avesse preso per i piedi. Mi sentiì arrivare il cuore in gola, più e più volte. Ed ogni volta che rimbalzavo sentivo la mente svuotarsi sempre di più, ed il corpo abbandonarsi a sè stesso. Sentivo però inconsciamente la voglia di ricominciare tutto daccapo. Non c'è sesso o droga che tenga, mi creda.       

      - La credo, la credo, Signor Khan. E' davvero entusiasmante sentirla parlare. Ed a sentirla raccontare da lei, signor Khan, mi viene quasi voglia di farlo anch'io. Anche se devo dirle la verità non sono un amante delle 'grandi' altezze 

     - Le assicuro che è la cosa più emozionante che abbia mai fatto finora in vita mia. Stento ancora a credere di averlo fatto, di essere riuscire a spiccare il salto. Ma mi creda, se potessi, pagherei per rifarlo nuovamente,  anche adesso!

     - Ahah. Oh no Signor Khan, non vorrà mica buttarsi fuori dalla finestra del ristorante. O almeno, se desidera così tanto farlo, perlomeno  si metta prima un paracadute.  

     - Non si preoccupi. Pagherei comunque il conto e le offrirei da bere prima. Almeno per sdebitarmi della noia che le ho procurato, ascoltando il racconto di un pazzo conosciuto per caso al bancone di un bar a Vienna.  

     - Oh no Signor Khan. Le assicuro che è un vero piacere ascoltarla. E senza di lei, questa serata al Donauturm non sarebbe stata così piacevole. 

Il Donauturm, o Torre sul Danubio, è uno degli edifici più alti di Vienna. Una o due volte l'anno, vengono organizzati dei lanci a pagamento dalla torre, e Walter Khan avevo deciso di prenotarne uno qualche mese prima. Ed era sempre al Donauturm, all'interno di uno dei due ristoranti che regala  una meravigliosa vista sulla capitale austriaca,  che aveva incontrato per caso questo simpatico sconosciuto, ed  a cui stava raccontando la sua avventura.  
     
     - E mi dica un pò signor Khan, se non sono troppo invadente, si è mai chiesto cosa è stato a spingerla. E perchè le è piaciuto così tanto.

     - Beh, un motivo c'è. E l'ho capito più che mai mentre penzolavo  dalla torre con la testa all'ingiù. 

Walter fece una pausa, quasi per dare solennità a quel momento, ed importanza alle parole che stava per dire.

     - Sono attratto dal limite che c'è tra vivere e morire. Io vedo sempre le cose di due soli colori, o bianche o nere. E se sto nel bianco, non vedo l'ora di mettere la testa nel nero, costi quel che costi. Mentre ogni volta che sento che sto per sprofondare nell'abisso, dò fondo a tutte le mie  energie per uscirne fuori, e solo allora scopro di avere delle forze che non pensavo neanche di avere. Poi, quando ne sono finalmente fuori con la testa, l'aria che respiro ha un sapore diverso, buonissimo, sento come un senso di pace e di libertà. E solo allora mi accorgo  veramente quanto sono fortunato a vivere. 

Ci fu una lunga pausa. Nessuno dei due voleva aggiungere altro a quelle parole. 

     - Incredibile Signor Khan. Non credo alle mie orecchie. Ero sicuro che sarebbe stato perfetto. E mi creda, lo è per davvero.

Walter sorrise, era felice di aver ricevuto un complimento, ma non era completamente sicuro di aver capito a cosa si riferisse. Lo sconosciuto si alzò dallo sgabello, si  mise una mano in tasca ed appoggiò qualcosa sul bancone.

     - Sono sicuro che ci rivedremo ancora Walter, e che faremo grandi cose assieme.

     - Ma cosa..

Walter lo guardò andar via, incredulo. Era rimasto paralizzato da quel comportamento.  E poi quella frase. Cosa diavolo significa 'Ero sicuro che sarebbe stato perfetto', pensò.

Neanche il tempo di pensarci su, che lo sconosciuto era già lontano.

Ma guarda te, tutti io li devo trovare. Ti sta bene Walter, te la sei proprio cercata. Potevi anche evitare di raccontare i fatti tuoi al primo svalvolato che passava.

    - Scusi, barista.Mi serve un altro di questi? Doppio stavolta. 

    - Certamente. Mi scusi, è suo quel biglietto sul bancone?

Il barista porse a Walter il biglietto che aveva lasciato lo sconosciuto. C'era sopra  un numero di telefono scritto a penna e niente più. Walter fece per girarlo dall 'altro lato e si pentì immediatamente di averlo fatto.

    -  Oh mio Dio. Ma che diavolo...

Il biglietto non era altro che una foto, su cui era stato scritto un numero di telefono sul lato bianco. La foto ritraeva un uomo, piuttosto corpulento, sdraiato per terra. Il pavimento era ricoperto di sangue. L'uomo sembrava essere stato colpito al volto da un colpo di arma da fuoco ma era ancora riconoscibile da chi lo aveva visto almeno una volta. Su quel trampolino. La foto ritraeva Jonas, steso lì per terra e massacrato a sangue freddo.  

      




giovedì 11 settembre 2014

Uno - Cedric Darlton

Ad Alessia non era mai piaciuto fare la spia. 

       Nemmeno ai tempi della scuola era mai riuscita a tradire i segreti di qualche compagno.     Aveva imparato la lezione quella volta che aveva visto Tania saltare addosso ad una ragazza del liceo durante la ricreazione. Dio santo, l'aveva sbattuta per terra e le aveva messo le mani al collo perché aveva  spifferato al preside il fatto che si facesse gli spinelli in bagno durante la ricreazione.

       Quella volta era finita male non solo per Tania e per la spifferatrice, ma anche per tutta la scuola. Il papà della spia aveva  denunciato tutto alla polizia e, da quel giorno fino alla fine dell'anno, l'ingresso della scuola era presidiato dagli agenti. Questi signori avevano però dei simpatici cagnolini al guinzaglio pronti ad azzannarti le tasche dei pantaloni o, peggio ancora, le parti basse, se provavi a nascondere il fumo nelle mutande o tra le chiappe.
       Alessia doveva aver imparato che fare la spia non era la soluzione e che mai nessuno aveva ricevuto un premio in cambio.            Ma evidentemente non le era bastata la lezione. 
         Oggi stava camminando nervosamente sul marciapiede che la portava da casa sua allo studio di Cedric con un  microfono attaccato al petto con lo scotch dei pacchi e un registratore dietro la schiena. Il marchingegno era un po' artigianale, ma sarebbe servito allo scopo secondo lei. 
       Aveva la fronte e le mani bagnate, e sebbene facesse molto caldo per essere una giornata di primavera, non era normale che sudasse in quel modo. Era troppo nervosa se ne rendeva conto, e l'idea che Cedric si potesse minimamente accorgere della cosa la terrorizzava e le metteva ancora più ansia.    Il piano però era perfetto. Nulla poteva andare storto. 
       Alessia avrebbe suonato al citofono, come al solito. Tre squilli, uno di seguito all'altro. Il primo corto, poi uno lungo e poi di nuovo uno corto, e Cedric le avrebbe aperto il portone. Alessia avrebbe salito le scale attenta a non fare rumore e a non farsi vedere da nessuno. Una volta arrivata non avrebbe avuto bisogno di bussare alla porta, perché Cedric avrebbe lasciato il portone socchiuso, come al solito, e l'avrebbe aspettata seduto dietro la scrivania, nascosto dalle sue vecchie montagne di carte. A quel punto, le sarebbe bastato sedersi sulla sedia verde davanti alla scrivania ed aspettare che Cedric pronunciasse le prime parole, e tutto il resto sarebbe venuto da sé. Quella maledetta serpe si sarebbe tradita da sola, e con lei la fine di un incubo.
       Era quasi arrivata allo studio e vedeva già il portone d'ingresso del palazzo in lontananza.   Rapida occhiata intorno. Nessuno.  Rapida sistemata al microfono.  Al registratore. Camicetta. Abbottonata. Mano sulla fronte. Sudore. Asciugato. Si entrava in scena.
       Cedric Darlton aveva lo studio in un vecchio palazzo nel borgo di Redbridge. La facciata era stretta e lunga e le uniche finestre che davano sulla strada appartenevano ad  appartamenti oramai sfitti da tempo, o a studi medici. Sulle etichette del citofono non c'erano scritti molti nomi, e se  mai avessi provato a  cercare 'Darlton' tra quei nomi non avresti trovato un bel niente.
        Ma Alessia sapeva qual'era il campanello giusto. Uno squillo breve, poi subito uno lungo e poi di nuovo uno corto. Niente. Ogni secondo sembrava un'eternità, sentiva il cuore battere come un tamburo dentro il petto. Stava per poggiare nuovamente il dito sul campanello, quando ad un tratto  udì lo scatto del portone. Cedric aveva aperto.
         L'aria all'interno del palazzo era piacevole. Meglio così, un po' di aria fresca le avrebbe fatto bene, e mentre saliva le scale Alessia cominciava a prendere coraggio. Sentiva la vittoria vicina e le si era stampato sul viso un leggero ghigno di soddisfazione. 
         Alessia aveva quasi finito di salire le scale quando notò subito qualcosa di diverso dal solito. La porta dello studio di Cedric oggi era aperta, spalancata. Si vedeva la luce uscire dalla porta e stamparsi sul muro opposto. In quell'attimo vide il film che si era fatto in testa cambiare sceneggiatura. La sua mente iniziava a confondere le idee e mentre stava cercando di darsi una spiegazione,  saliva meccanicamente gli ultimi scalini con lo sguardo fisso sulla porta che man mano si avvicinava, finché una volta giunta davanti lo studio , lo vide.
          Cedric la stava aspettando in piedi al centro della stanza. La sua figura si stagliava imponente tra la finestra e la porta. Il suo viso era contro luce e il corpo le porgeva il fianco destro in una postura piuttosto innaturale.
    -  Buongiorno Alessia! Accomodati pure, ti stavo aspettando. Cosa c'è che non va? Ti trovo un po' pallidina. 
   - Oh, Cedric. Scusa, non mi aspettavo di trovarti qui. Cioè...
   - Ah, e chi ti aspettavi di trovare nel mio studio? Su dai , entra, non fare la sciocchina
   - Sì, scusa hai ragione. E' che oggi sono arrivata di corsa e sono un po' accaldata. Fuori fa caldo e... uff ... mamma mia che sudata. Tu ? come stai?
   - Bene , bene... Vieni, accomodati cara. Appoggia pure la borsa sull'appendiabiti.

      Alessia sentiva che qualcosa stava andando storto. Ma non capiva cosa. Dove aveva sbagliato? Sì è vero, era nervosa e si vedeva. E lui; perché l'aveva aspettata in piedi? Perché non era seduto a quella sua stramaledetta scrivania, perché non scriveva con quella sua stramaledetta china su quei dannatissimi fogli.

      I pensieri si facevano sempre più numerosi dentro la mente di Alessia, quando ad un tratto sentì come una forte puntura dietro la testa. Sentì i muscoli delle gambe cedere, e franò per terra senza forze. Mentre l'immagine di lui diventava più sfocata e la stanza cominciava a girare vide Cedric fissarla in piedi con qualcosa in mano.
       Cedric l'aveva colpita con l'attizzatoio del camino, dietro la nuca, proprio mentre lei si era girata di spalle per appendere la borsa all'appendiabiti.      
-Lo teneva nella mano sinistra quella serpe, pensò, prima di perdere completamente i sensi. 
E poi nulla più. Solo il buio.